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Agata Coniglione

 

Agata scrive...

Quando nel 1982 ho celebrato nella parrocchia la consegna del crocifisso, per la partenza nella missione di Lima, tante persone mi salutarono dicendo “io non posso partire, va’ tu anche per me…“ E’ stato questo un momento forte, carico di emozione, come pure la celebrazione della mia consegna definitiva al Signore, con la professione perpetua, di cui ho il vivo ricordo per l’affetto di cui sono stata circondata in questo momento importante della mia vita.

Scusate… mi chiamo Agata Coniglione, faccio parte di questa parrocchia in San Pietro dal 1972, quando, un po’ più … giovane (ora ho 50 anni), mi sono trasferita con tutta la mia famiglia in Via Cadeddu. In precedenza appartenevo alla parrocchia del SS. Crocifisso. Studiavo medicina e, in quegli anni era vivo uno strano desiderio di “fare” per gli altri. Tramite l’amicizia con il mio professore di religione delle superiori, don Antonio Porcu, ho conosciuto un gruppo di giovani che, in ricerca come me,   si incontravano settimanalmente per approfondire la loro vita, per vivere l’amicizia per fare qualcosa per gli altri. Erano accompagnati da un missionario, P. Luigi Prandin, appena rientrato dal Brasile. Quell’esperienza è stata fondamentale per la mia vita: la prima scoperta è stata la  gioia dell’amicizia gratuita, dell’essere accolti e amati per ciò che si è.

Inoltre Dio, questo sconosciuto che stavo cercando e rincorrendo, ad un certo punto ha fatto irruzione nella mia vita. Durante una tre giorni, il primo ritiro della mia vita, finalmente la  Parola mi parla “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me..”. Questa parola nuova, che era come luce che mi abbagliava per il suo fulgore e che illuminava ogni mia relazione, apriva un varco sempre più grande nel mio cuore, fino ad abbracciare il mondo intero. Sperimentavo che  la Parola vissuta trasformava i rapporti più difficili  e la scoperta di questo amore nuovo dilatava il mio cuore così da poter chiamare tutti fratelli, in modo speciale i più poveri.

Ho iniziato a condividere quelle che mi sembravano le mie ricchezze: il tempo, preparando il materiale da inviare in missione,  e la mia piccola quota mensile. Sentivo che questo mi faceva scoprire, fino a innamorarmene, Dio-Amore. Per Lui dopo alcuni anni avrei lasciato tutto per seguirlo. Ma non da sola: l’esperienza di amicizia che stavo vivendo si è trasformata in desiderio di vita di comunione da testimoniare e donare in un impegno di missione “ad gentes”, cioè per tutti coloro che ancora non hanno ricevuto il dono sapere di essere chiamati alla dignità di figli del Padre. Per questo ho lasciato tutto, famiglia, lavoro, amici, per iniziare con P. Luigi e M. Luigia  e altri fratelli e sorelle una nuova opera della chiesa che si chiama Comunità Missionaria di Villaregia.

Ho raggiunto Villaregia, sede della casa-madre, il 26 settembre 1982 senza sapere cosa mi aspettava: la  nebbia della pianura Padana, il lavoro di ristrutturazione della casa, nuovi fratelli e sorelle, la gioia di vivere insieme  come figli del Padre,  la meraviglia sempre nuova per l’abbandono a questo Padre  provvidente che ci veniva (e viene) incontro per ogni scelta concreta, lo stupore perché nell’impegno della comunione tra noi Lui, in nostro Dio-Trinità, si rende presente  facendoci partecipi della sua vita e della sua gioia.

Dopo gli studi di scienze religiose sono partita per la missione di Lima, in Perù, dove ho svolto il mio servizio missionario per cinque anni. Anche lì eravamo agli inizi. La missione si trova in una zona periferica di Lima, città che allora contava circa 8 milioni di abitanti (attualmente saliti a 10 milioni) e la nostra parrocchia ne faceva circa 80mila (ora se ne calcolano circa 120mila). L’impatto è stato molto forte: nella città erano già marcati i segni di quella  sofferenza che avrei trovato in modo più esteso nella zona affidataci. Sono rimasta impressionata da questa povertà che sembrava non avesse termine.

La nostra missione, nella periferia di Lima è tutta desertica, con grandi colline di sabbia letteralmente tappezzate di “chozas” (baracche di stuoia). 

Non piove mai, in contraddizione con una forte umidità che rende ancora più deleteria la situazione ambientale e di salute della gente. Manca l’acqua: dei camion cisterna passano per venderla una volta la settimana, oppure ogni dieci/quindici giorni…

 

In una delle cappelle, raggiunta per la mia prima celebrazione domenicale mentre  il sagrestano, signor Gustavo,  batteva un cerchione di ferro per avvisare della messa (non avevano campanile e campane) mentre un gruppetto di cristiani mamme e papà, iniziava a pregare. Ero rimasta fortemente colpita dalla confidenza filiale “papacito lindo gracias…” (paparino bello, grazie..) Così poveri, si rivolgevano al Padre pieni di fiducia e gratitudine. Era stata la mia prima lezione. Ma, insieme a questo, condividevo il dolore delle famiglie, dei giovani…. Un papà una volta mi disse: “sai qual è la cosa che più desidero?” Era un papà giovane, con due bambini, che abitava in una delle baracche sulla collina. “Ciò che più desidero è dare un bicchiere di latte ai miei bambini”…

Quando andavo a visitare le famiglie, bussando choza per choza, tante persone, anche giovani esprimevano la sofferenza del sentirsi lasciati a se stessi “Hermana, no nos abandone” (“Sorella, non ci abbandoni”).

La gioia più grande, nei cinque anni trascorsi a Lima è stato, come comunità,  poter lavorare con la gente, condividerne i desideri, le ansie, le lacrime, la speranza. Costruire insieme la Chiesa, non solo quella di mattoni ma la comunità cristiana. Portare la speranza, resa concreta anche dal sostegno che dall’Italia, attraverso i container, porta non solo medicine, alimentari, materiale didattico,… ma la solidarietà di tanti fratelli dei quali, come missionari, ci sentiamo ponte di fraternità e carità concreta. Ricordo che una mattina le persone bussavano spaventate alla missione perché improvvisamente i prezzi erano aumentati del 100-200..%. la gente era disperata.

Nel mercato di fronte alla parrocchia i venditori esponevano la loro povera mercanzia sperando che qualcuno la comprasse. Era impressionante vedere un gruppo di persone intorno a un misero mucchietto di patate o altro il cui prezzo era improvvisamente diventato inaccessibile. Quando le persone venivano alla missione chiedendo da mangiare “hermana, por favor, tenemos ambre” (sorella, per favore, ho fame) era impossibile non piangere con loro e condividere quel poco che anche noi avevamo. Col passare dei giorni in cui la situazione non migliorava, improvvisamente una notizia di speranza: potevamo ritirare il container partito due mesi prima da Villaregia. Gli alimentari arrivati erano stati un aiuto per i comedores  (cucine popolari) che si erano improvvisamente moltiplicati per far fronte alla imminente necessità. 


Attualmente, dopo il rientro dalla missione e l’esperienza di quasi 9 anni nella comunità di Pordenone (nella foto, con il vescovo Mons. Sennen Corrà, mancato recentemente), mi trovo nella comunità di Quartu Sant’Elena, dove, insieme ad altri 14 tra fratelli e sorelle, continuo a vivere il mio dono ai fratelli della missione. Anche qui prima di tutto desideriamo essere fratelli che insieme si donano perché altri possano fare esperienza di un Dio-famiglia che vuole fare casa con l’umanità.

È molto bella l’esperienza di animazione missionaria, nelle parrocchie delle varie diocesi della Sardegna e, in casa, con i gruppi (bambini, giovani e adulti,  classi di varie scuole, catechesi, scouts,..…) che vengono per conoscere la realtà della comunità e della missione e per fare l’esperienza dello smistamento. Tre volte la settimana (martedì e giovedì gli adulti e sabato i giovani) il nostro seminterrato si riempie di amici che “regalano” alcune ore del loro tempo per i poveri preparando il materiale (medicine, alimentari, vestiti,…) che inviato a Villaregia e caricato su containers, prenderà la strada per la missione.

So che già tanti portano il loro contributo per la missione nella nostra casa di Quartu Sant’Elena in Via Irlanda 64 tel 070 813130 (potete anche visitare il sito della comunità digitando  www.cvm.it ) . Se capitate da queste parti non scappate,  sarei felice di conoscervi e di dirvi, come Gesù : “Vieni e vedi”.

A presto!                                        

Agata